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Core ‘ngrato, la canzone napoletana nata a Brooklyn

Uno dei brani più famosi e più interpretati della canzone classica napoletana resta, senza alcun dubbio, Core ‘ngrato. Il testo, struggente, le decine di importanti voci che si sono prestate a dare potenza al testo nel tempo e l’origine tutta particolare del brano l’hanno universalmente consacrato come una delle punte più alte della canzone napoletana. Ma per quale gioco del destino è stata concepita così lontana dal suono partenopeo? E a chi è dedicata?

Dove e da chi è stata scritta Core ‘ngrato?

Siamo nei primi anni del ventesimo secolo. Gli Stati Uniti stanno per conoscere quelli che sarebbero stati descritti a posteriori come i ‘ruggenti anni 20’. In questo particolare periodo storico si creò una massiccia emigrazione che dalla Campania (ma non solo) portava, per l’appunto, fino agli Stati Uniti. Capitò dunque che a New York, e per la precisione a Brooklyn, si incontrarono Alessandro Sisca (più conosciuto con il suo pseudonimo, ovvero Riccardo Cordiferro) e Salvatore Cardillo. 

Sisca, siciliano naturalizzato statunitense, deve la sua notorietà proprio al brano di Core ‘ngrato. Ma nel corso della sua vita si è distinto anche in qualità di poeta e scrittore, in qualità di autore di opere teatrali e giornalista (con il settimanale letterario La Follia, fondato insieme al padre). 

Cardillo, napoletano, si distinse invece in qualità di compositore. Dopo essersi diplomato in pianoforte proprio a Napoli, emigrò negli Stati Uniti dove conobbe Sisca. 

Sisca scrisse dunque il testo di Core ‘ingrato che tratta di un amore non corrisposto. La particolarità del testo risiede nel suo crescendo: tratta infatti tutte le fasi di tale amore, quali le parole di tale Caterina che ne feriscono il cuore dell’autore, il risentimento, la ricerca di una pace interiore tramite la religione. 

Cardillo ne compone la musica che andrà ad accompagnare il testo, rendendola una potente lirica destinata ad essere interpretata nel tempo da illustri nomi quali Luciano Pavarotti, Francesco Albanese, Giuseppe Di Stefano, ma anche cantanti come Sergio Bruni, Nilla Pizzi e Mina. Prima di questo, però, i due non credevano che il loro brano avrebbe avuto successo. Contattano un altro napoletano residente in quel momento a New York: Enrico Caruso. Sarà sua la voce che darà lustro al brano oltreoceano, che sarà infatti molto apprezzata in madrepatria, con sgomento soprattutto di Cardillo, che riteneva di aver composto canzoni migliori. In una lettera inviata a sua cugina si può infatti leggere:

«(…) Mi dici che tutti in Italia cantano quella mia “porcheria” e che io mi sono fatto un nome grazie a essa, ma in tutti questi anni ho scritto molte altre canzoni vere ..»

A chi è dedicata Core ‘ngrato?

Secondo varie fonti, il brano sarebbe ispirato dalle vicende sentimentali che legarono Enrico Caruso al soprano Ada Botti Giacchetti. Dopo una relazione durata undici anni, da cui nacquero due figli, la Giacchetti lo lasciò per l’autista. Non solo: tentò anche di estorcergli denaro per poter fuggire insieme a lui. La questione finì anche in aula di tribunale, dove la Giacchetti fu giudicata colpevole. Forse il brano non è realmente stato scritto ispirandosi a questa storia, ma si può dedurre perché Enrico Caruso se ne sentì fin da subito fortemente legato, paradossalmente descrittivo di una vicenda così personale.

Comunque sia, i versi di Core ‘ngrato, qui riportati, continuano a incantare ieri come oggi.

Catari, Catari

Pecchè me dici sti parole amare

Pecchè me parle e ‘o core

Me turmiento Catari?

Num te scurdà ca t’aggio date ‘o core, Catari

Nun te scurdà!

Catari, Catari, che vene a dicere

Stu parlà, che me dà spaseme?

Tu nun ‘nce pienze a stu dulore mio

Tu num ‘nce pienze tu nun te ne cura

Core, core ‘ngrato

T’aie pigliato ‘a vita mia

Tutt’ è passato

E nun’nce pienze cchiù!

Catari, Catari

Tu nun ‘o saie ca’nfin’int’ a na chiesa

Io so’ trasuto e aggio priato a Dio, Catari

E l’aggio ditto pure a ‘o cunfessore:

I’ sto a fuffrì

Pe’ chella llà!

Sto a suffrì

Sto a suffrì, nun se po’ credere

Sto a suffrì tutte li strazie!

E ‘o cunfessore ch’è persona santa

M’ha ditto: Figlio mio, lassala sta’, lassala sta’

Core, core ‘ngrato

T’ aie pigliato ‘a vita mia

Tutt’ è passato

E nun’nce pienze cchiù!

 

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