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I gioielli unici di Sara Lubrano: tra passione e artigianato

Nel cuore di Napoli, in Vicoletto Belledonne a Chiaia, 7, si trova un negozio di gioielli unico nel suo genere. Questo è il regno di Sara Lubrano, una donna che ha trasformato la sua passione per la creazione di gioielli, in un’impresa di successo. Sara non è solo una gioielliera, ma una vera e propria artista che crea pezzi unici, fatti a mano con amore e dedizione. Non avendo una tradizione alle spalle, ma dovendo partire da zero a soli 24 anni, Sara ha deciso di fare della sua passione un lavoro. E ancora oggi, dopo 14 anni, porta avanti la sua attività, creando gioielli unici, una rarità al giorno d’oggi, dove tutto è prodotto in massa.

La redazione di DemiNews ha intervistato Sara, che ci ha raccontato il suo straordinario percorso e le sfide affrontate lungo il cammino.

Intervista a Sara Lubrano

Qual è stata la motivazione principale nell’avviare questo business di gioielli?

“La motivazione principale, e l’unica, è la passione. Perché da quando ero bambina ho avuto sempre questa vocazione.

Tutto ciò che sbrilluccicava, attirava la mia attenzione, però non solo i gioielli, ma anche proprio gli utensili di lavoro. Mia madre mi racconta sempre che una volta, quando ero piccola e l’accompagnai a fare il tagliando dell’auto, io piangevo perché volevo le pinze, gli strumenti del meccanico, oppure volevo entrare dai ferramenta. E quindi mi piace proprio creare in generale.

E tra l’altro è sempre stato per me, tra virgolette, un problema questa voglia, perché nessuno nella mia famiglia faceva questa professione, nemmeno alla lontana. Ho dovuto cercare di capire nel tempo se si trattasse di una passione passeggera oppure no. Più che altro, anche farlo capire ai familiari.

Dunque, ho trovato un compromesso con la mia famiglia e mi sono laureata prima in economia aziendale. Dopodiché, la mia passione persisteva e quindi ho continuato a fare gioielli.

Questo mi ha fatto capire che non poteva essere solo una passione, ma doveva essere proprio la mia professione. Anzi, adesso, dopo più di 14 anni di negozio, quando ci penso, ancora non ci posso credere che il mio sogno si è realizzato.

Lo scopo mio in generale nella vita, è anche quello di cercare di rendere il mio piccolo posto, un posto migliore, dare anche un sorriso, migliorare in minima parte la giornata di qualcuno. Quindi io nella mia piccola bottega metto esternamente una lavagnetta che riporta sempre una frase del giorno motivazionale. Perciò, anche chi semplicemente passa e legge, vede sempre un messaggio positivo da fare suo per la giornata”.

Quali sfide hai affrontato a lungo il percorso?

“La prima è proprio che nessuno in famiglia faceva questo, quindi per me questa è stata la prima difficoltà. La seconda difficoltà è stata che in passato a Napoli, proprio nella realizzazione vera e propria dei gioielli, erano quasi tutti uomini. Quando io ho iniziato, che andavo al Borgo orefici, ma era strano perché ero quasi l’unica donna a fare questa cosa.

Anche se questa tendenza devo dire che negli ultimi anni è cambiata tanto. Io però non mi sono mai sentita discriminata da questo punto di vista, mi sono sempre sentita accolta al Borgo orefici, forse proprio perché mi vedevano più piccina. Ho sempre avuto proprio la fortuna di ricevere atti gentili da parte di queste persone.

Quando stava per finire l’Accademia che ho fatto a Roma, perchè la tecnica che volevo apprendere io non esisteva a Napoli, ho iniziato a prendere contatti al Borgo orefici, perché ovviamente avendo sempre vissuto a Napoli, volevo tornare e lavorare nella mia città, ho quindi iniziato a conoscere la mia realtà andando al Borgo orefici e me ne sono innamorata. Il posto è unico, perché si vede che c’è una tradizione, ed è stata veramente una bella esperienza entrare a contatto con questa realtà.

Un’altra sfida è il fatto che io ho comunque iniziato più tardi, perché in generale, la tradizione si tramanda. Anche quando un ragazzo finiva la scuola a 16 anni d’estate, si metteva magari vicino al padre al banchetto e imparava qualcosa. Io invece mi sono ritrovata a farlo più tardi. Poi è stato difficile come sfida quando ho aperto il primo negozio, avevo 24 anni, sembravo anche più piccola.

Comunque tu quando vuoi affidarti a qualcuno per la creazione di un gioiello, immagini una persona di esperienza, una persona più adulta. Io poi avevo anche paura del fronte strada, quindi il mio primo negozio era all’interno della corte di un palazzo, perché non mi sentivo ancora abbastanza coraggiosa.

Poichè le persone mi vedevano così piccolina, è stato difficile conquistare la fiducia del pubblico, non avendo una tradizione. Quindi le persone rimanevano un attimo perplesse nel vedere una ragazzina che apre un negozio, quindi questo per me è stato difficile”.

E come hai superato questi ostacoli per raggiungere il successo che hai adesso?

“Sicuramente il mio pregio, che è anche il mio difetto al tempo stesso, è che sono molto testarda, quando ho un sogno non mi arrendo facilmente, cioè non mi arrendo proprio. La mia famiglia poi mi ha supportata, perché comunque si sono resi conto che era quello che io volevo fare, quindi mi hanno aiutato ad aprire il mio primo negozio, ma soprattutto quello che mi ha aiutata tanto è stato quando hanno iniziato a fidarsi le prime persone dal nulla.

Per esempio ricordo veramente con tantissimo affetto questo signore, che si chiama Giorgio, che ancora oggi è un cliente da 14 anni. Mi fece tantissimi complimenti, diceva, ma tu sei bravissima, così piccola, fai queste cose, ma è spettacolare, non ci posso credere.

Quindi diciamo che le persone che poi hanno iniziato a fidarsi, non perché mi volevano bene, perché magari te lo aspetti da tua mamma, e questo mi ha aiutato tantissimo, perché come me lo ha detto lui, hanno iniziato a dirmelo anche altre persone. Per esempio la preside di un istituto che è diventata mia cliente, mi iniziò a portare dei coralli e cammei di forme irregolari per farsene fare dei gioielli. Lei inizialmente era molto sulle sue. Era più silenziosa, mi disse che cosa avrebbe voluto fare, io le feci i disegni e le realizzai i gioielli. Una volta finiti i primi gioielli, lei mi fece i complimenti, perché più volte aveva portato queste cose per farsele montare, ma le facevano ogni volta problemi.

Da allora è nato proprio il rapporto, si è creata la fiducia, e con il passaparola di queste persone, ho iniziato a rendermi conto del fatto che comunque il mio lavoro piaceva, ed ero sulla strada giusta. 

Ovviamente le sfide continuano ad esserci sempre, ma sono tante, di tante tipologie, comunque viviamo in una città complicata, a prescindere dal lavoro che facciamo, è una città che si ama e si odia. Perché comunque è bellissima, però crea anche tante difficoltà. Non abbiamo lo spazzino, mi parcheggiano davanti al negozio, per dire delle cose banali”.

Quali innovazioni tecnologiche usi nel processo di progettazione e produzione di gioielli?

“Tutti i corsi che ho fatto e che continuo a fare, perché poi sono curiosa, sono corsi di tecniche diverse da quelle che io utilizzo nella quotidianità, faccio corsi di aggiornamento sempre. Ma non ho fatto un solo corso, che è la prototipazione CAD, cioè il disegno al computer del gioiello. Oggi è utilissimo, perché tu fai un prototipo sul computer, che te lo stampa, lo fondi e fai una produzione.

Però questa cosa mi frena, perché io sono proprio artigiana nell’animo, quindi io le cose le devo fare proprio con le mie mani.

Fermo restando che per me la tecnologia è importantissima, perché, per esempio, la tecnica è sempre quella cera persa, che nonostante sia nata nel IV secolo, cambiano le modalità, quindi anche i macchinari. Adesso per un risparmio energetico ci sono dei macchinari di fusione più evoluti. Ci sono delle leghe certificate, delle cappe aspiranti che consentono di non inquinare. Oppure nella tipologia delle punte del trapano che uso, o un nuovo tipo di cera. Grazie alla tecnologia si affinano anche gli strumenti a disposizione dell’artigiano, però comunque io amo poi crearli a mano. Per me il lavoro poi delle mie mani è indispensabile, cioè non può essere sostituito dal computer per me, nella mia visione.

Io parto dal mio posto per ampliarmi, cioè se ognuno amasse il posto in cui si trova, il mondo sarebbe migliore, perché non è solo un fatto di qualità di quel prodotto che tu offri, è proprio una questione di mentalità. Perché per esempio, io anche quando vado a comprare le pietre al borgo orefici, quando vado da Gino, il mio fornitore, lui non è che mi offre la coca cola, lui mi offre il succo di frutta biologica fatto sulle pendici del Vesuvio da un suo amico che ha l’azienda biologica.

Noi siamo una piccola famiglia, perché comunque da soli non si va da nessuna parte. Perciò c’è bisogno della fiducia, dai fornitori, a chi mi realizza gli scatolini fatti a mano a Napoli.

Nelle piccole cose secondo me è quello il segreto, nel supportarsi, nell’aiutarsi a vicenda, è anche questo importante”.

In che modo cerchi di differenziarti sul mercato?

Per me ognuno è unico. Quindi magari puoi incontrare qualcuno che ama quello stile e qualcuno che dice no, per me non è uno stile che mi rappresenta. Quindi io cerco di portare avanti quello che è il mio estro.

Però soprattutto per me è molto importante l’attenzione al cliente, perché se ci guardiamo indietro, una volta gli abiti erano tutti sartoriali, era tutto fatto artigianalmente. Ed era molto importante l’attenzione che si dava al cliente, perché non c’erano tante catene. A me piace essere una piccola bottega che vuole valorizzare il cliente.

Quindi ad esempio quando viene una signora che deve sposarsi e indossa un abito fatto in un certo modo e vorrebbe dei gioielli abbinati per quella giornata, io cerco prima di tutto di interagire con lei. Cerco di capire che tipo di persona è, perché non a tutti stanno bene le stesse cose.

Se hai un viso più spigoloso lo devi addolcire, se hai un viso più tondo lo devi sfinare. E questo comunque lo puoi fare attraverso un consiglio di una forma particolare, o se hai un collo che si presta, puoi fare un girocollo abbondante. Però se per esempio una persona ha un collo un po’ più basso, la collana deve essere un po’ più snella.

Poi ci sono anche dei consigli che rispettano proprio l’essenza della persona, perché se io ho di fronte una ragazza timida, introversa, non le posso consigliare un maxi orecchino perchè si sentirebbe a disagio. Valorizzare i suoi lati positivi e al tempo stesso, richiamare poi l’abito con delle cromie, con dei ricami. Si possono riprendere i dettagli della fantasia del vestito e nel momento in cui la persona indossa un gioiello, si vede che è nato proprio per quell’abito, per quella situazione.

Quindi per me il punto forte è proprio interpretare le esigenze e le necessità dei clienti ed esaltare la bellezza facendo sentire le persone a proprio agio”.

Quali strategie adotti per rimanere all’avanguardia nell’innovazione?

“Seguo i corsi di aggiornamento, vado alle fiere. Per esempio, c’è la Fiera di Vicenza, che per noi è la più importante in Italia, ed ha un padiglione, oltre quell’espositivo con i gioielli, dedicato alle nuove tecnologie e quindi lì ti puoi rendere conto di quali sono le novità tecnologiche.

Poi viaggio tanto. A febbraio ho fatto un viaggio a New York e lì sono andata a vedere quelle che sono le loro tecnologie che da noi magari non sono ancora arrivate.

Anche se poi, con grande mia sorpresa, a New York, sono entrata in una scuola di gioielli e mi hanno fatto assistere anche alla lezione. Ho scoperto però che stavano insegnando la granulazione etrusca. In un mondo che va verso la tecnologia estrema, nel pieno della patria della tecnologia, facevano dei corsi di artigianato antico. Io sono stata felicissima, perché io sono proprio un artigiano nel cuore, quindi penso che la tecnologia sia a supporto dell’artigiano, ma non in sostituzione.

Per me il gioiello non è una cosa solo che deve essere bella e ben fatta. Si deve trasmettere quell’amore, quella passione, quell’emozione. Quindi c’è bisogno della mano dell’uomo”.

Qual è stata la tua fonte di ispirazione per iniziare a creare gioielli a Napoli?

La mia prima ispirazione è stata Pompei. Infatti il mio logo, che molti pensano che sia una S, in realtà è una rivisitazione di un gancio pompeiano.

Anche la mia linea è ispirata a Pompei. Poi, in generale, amo la natura e quindi per me la fonte primaria di ispirazione resta la natura.

Inoltre, mi piace tantissimo collaborare con realtà del territorio, quindi per esempio ho inglobato lo zafferano del Vesuvio all’interno dei gioielli, perché ha questo colore bellissimo, questo rosso fantastico. Con l’azienda “Masseria Clementina” ho preso questo zafferano e l’ho montato sotto dei cristalli di rocca, e quindi ci sono queste fiammelle che riprendono anche un po’ il colore della lava, il nostro territorio.

Lavoro anche con la pietra lavica, ho lavorato inglobando i tessuti di San Leucio all’interno delle mie creazioni, ho collaborato anche con Talarico che fa ombrelli artigianali. Insieme abbiamo fatto l’ombrello gioiello, oppure ho inserito dei tessuti di Marinella nei miei gioielli. Ho anche utilizzato delle sete dipinte a mano e le ho inglobate nei gioielli.

Insomma, mi piace proprio tanto mischiare tutto ciò che appartiene al territorio e utilizzarlo, inglobarlo in un gioiello. Cioè non solo riprodurlo, ma proprio utilizzare il materiale stesso per creare un gioiello”.

Quali sfide affronti oggi nel mantenere viva la tradizione dell’artigianato napoletano nel settore dei gioielli?

“La sfida che affronto da sempre, è quella di cercare di far apprezzare il borgo orefici. Spero tanto che ci arrivi il turismo, come ci è arrivato al centro storico, perché comunque per me è un patrimonio veramente unico.

Il mio obiettivo è creare dei gioielli che comunque richiamino la nostra tradizione, la nostra cultura, il nostro artigianato e non mi piace riproporre cose che già fanno tutti. Nel senso che, sì faccio il cornicello, ma non quello classico. Poi cerco di dare sempre una storia, una morale ai gioielli. Io il gioiello lo vedo come qualcosa che abbellisce prima l’anima ancora più del corpo”.

Quali tecniche tradizionali dell’artigianato napoletano trovi più affascinanti e come le integri nei tuoi gioielli?

“La tecnica principale che io utilizzo si chiama cera persa, quindi lavoro la cera e cera dura, poi ho fatto anche l’incassonatura, e tutte le altre tecniche. La tecnica della cera persa è la stessa che vediamo nelle sculture di Pompei, perchè nasce come tecnica scultorea. Io dunque continuo a portarla avanti, seppur in un modo differente.

Anche attraverso i coralli di Torre del Greco, del Cameo, la Pietra Lavica, faccio dei co-branding con realtà del territorio, a cui sono molto legata, e le intreccio proprio nelle mie creazioni”.

Quali opportunità vedi per far crescere e promuovere l’artigianato napoletano nel contesto attuale?

“Io credo che attualmente il concetto di negozio tradizionale, la bottega, è sempre bella, però secondo me ci sarebbe una formula molto interessante, che andrebbe tantissimo se si attuasse. Immagino questo posto nel centro di Napoli, dove ci sono tanti artigiani che lavorano, quindi è un posto dove trovi tutte le botteghe che collaborano.

Perché spesso, purtroppo, il problema è che le persone non sanno collaborare perché vedono tutto come una competizione. Invece dovremmo aggregarci e trovare il valore aggiunto nell’essere in più persone che amano la stessa arte, ognuno con il proprio stile. Essere lì, per lavorare dal vivo, in un posto dove un turista si può bere un drink, sentendo della musica e vedendo l’artigiano che lavora.

Immagino questo posto dove si possono fare dei workshop, con anche il corner del pittore. Se viene un turista che vuole fare le fedine con il fidanzato, poi restano lì per cena, oppure un altro si fa il corso di pittura. Insomma, un posto d’arte.

Ci vorrebbero delle sovvenzioni da utilizzare concretamente per il nostro territorio, per creare uno spazio dedicato all’arte e a tutte le attività”.

L’uso dei social ha fatto la differenza nel numero e nel rapporto con i clienti?

“Ahimè, ti devo dire di sì, da donna preistorica ti devo dire di sì, perché comunque i social mi danno la possibilità di rimanere in contatto con clienti anche che non stanno più a Napoli. Perché poi tante persone per lavoro si sono spostate, o comunque mi hanno dato la possibilità di farmi scoprire da nuove persone. Diciamo che è come avere un altro negozio virtuale.

E le persone che si fidelizzano, mi vedono nelle storie, nel quotidiano, perché vogliono vedere un gioiello come nasce. Io metto le storie dalla A alla Z di come nasce un gioiello, dal disegno alla fiera, mentre lo lavoro al banchetto. Quindi coinvolgo il pubblico, ed è molto importante, i social in questo ci danno una grande mano.

Perché adesso secondo me avere solo un negozio non basta. Io me ne accorgo subito, perché ci sono anche dei giorni in cui io non riesco a postare, ma appena pubblico qualcosa, c’è un’interazione immediata”.

Come descriveresti la tua visione per il futuro del settore dei gioielli?

“I gioielli e tutto ciò che è fatto a mano, non dico torneranno, però spesso si sente parlare di mestieri che vanno scomparendo, ma comunque ad un certo punto, si ritornerà ad apprezzarli ancora di più.

Perché poi tante persone si stanno rivolgendo verso la tecnologia, si stanno affacciando a realtà diverse, o comunque l’artigiano è più pesante come lavoro, perché è un lavoro manuale.

Vedo che già adesso c’è un grande ritorno a tutto quello che è fatto a mano, su misura. Tutto ciò che è fatto a mano è unico, e in un mondo dove c’è veramente tutto, le cose uniche sono più ambite”.

Sara Lubrano è un esempio di come la passione e la determinazione possano superare qualsiasi ostacolo. Nonostante le sfide incontrate lungo il percorso, Sara non ha mai smesso di credere nel suo talento e nella sua vocazione. Oggi il suo negozio non è solo un luogo dove si creano gioielli, ma un posto in cui ogni giorno si diffonde un messaggio positivo. Sara Lubrano ci mostra che, con passione e impegno, i sogni possono davvero diventare realtà.

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