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Vedi Napoli e poi Muori: origini e leggenda del modo di dire

Chiunque sia stato sfiorato dall’essenza della città di Napoli, quasi sicuramente sarà incappato almeno una volta in questa citazione tanto piccola quanto particolare. 

Particolare perché racchiude in sé una leggenda, una personalità non indifferente nel panorama letterario e, infine,  Ma andiamo per gradi. 

Napoli, vino e streghe buone. 

C’è un racconto, tramandato di generazione in generazione, che aleggia su questa ormai iconica citazione. Come in molte cose che riguardano Napoli, in questo racconto convergono le streghe, l’amore e la magia. 

Difficile risalire alla sua effettiva datazione, ma ciò che sappiamo è che questa storia parla di una strega. Ma non una strega malvagia, come la Janara di Benevento, ma una strega dal cuore buono di nome Raziella. Buona ma tuttavia potente. Talmente potente che si pensava infatti che il suo potere derivasse dalla magia oscura. 

Si racconta che nella stessa epoca che ha visto l’esistenza di Raziella, Napoli fosse la meta prediletta di coloro che soffrivano per le pene d’amore. La bellezza della città era capace di allontanare i dolori dei cuori infranti, almeno per qualche tempo. Ma un tale dolore continuava a perdurare, nonostante l’incanto che Napoli riusciva a suscitare, e ritornava soprattutto quando i viaggiatori dovevano tornare a casa. La strega Raziella, che rivedeva in quei cuori infranti anche il suo, dedicò ogni forza, sia essa magica che fisica, per aiutarli.

Ma perché si dice vedi Napoli e poi muori?

Ebbene, la strega Raziella inventò una pozione magica, o meglio un vino magico, le cui proprietà facevano perdere la memoria dei cuori infranti ai viaggiatori che visitavano la città. Un effetto così strabiliante che era quasi come morire. Ecco, dunque, perché “vedi Napoli e poi muori”. Muori per tornare a nascere. Per tornare a vivere. 

Il “Vedi Napoli e poi muori” descritto da… Goethe 

Per quanto riguarda questa parte della storia documentata, è facile avere una datazione precisa. Siamo alla fine degli anni ’80 del 1700 e uno scrittore di nome Goethe decide, come molte personalità del suo tempo, di partire per un viaggio in giro per l’Italia. Esperienza che racconterà in una pubblicazione dal titolo, semplice ed efficace, “Viaggio in Italia”. In questo pellegrinaggio Goethe di luoghi ne visitò tanti, ma è certo che Napoli rapì il suo cuore in modo particolare. Goethe partiva non per diletto o per distrarsi, anzi, il suo viaggio aveva uno scopo preciso: conoscere di più se stesso. 

È probabile che a Napoli lo scrittore tedesco abbia vissuto quello che, oggi, definiremmo “shock culturale”: si ritrovò a soggiornare in una città in cui gli abitanti “non lavorano soltanto per vivere, ma per godere e tutti badano a ricrearsi persino nel lavoro della vita”. Qui Goethe si dedicò a quella che definì “la pazza gioia” e conobbe un lato di sé che, prima di allora, non credeva possibile. Scrive infatti che “non mi riconosco quasi più, mi sembra di essere un altro: o sono stato un folle prima del mio arrivo qui, o lo sono diventato adesso”. 

Goethe partì poi per Palermo, da cui rimase comunque estasiato. Si ritrovò così a vivere un sentimento comune a molti napoletani di nascita e a chi, come lui, è rimasto incantato dalla città: la napolitudine. Quel sentimento di inguaribile nostalgia che ti assale quando ti allontani dal golfo partenopeo. Tanto forte da spingere Goethe a tornare a Napoli, prima del suo ritorno in Germania. Dunque, chi ha scritto la famosa citazione “Vedi Napoli e poi muori”? Esatto, fu proprio Goethe a riprendere questo modo di dire e, molto probabilmente, a renderlo famoso per il mondo. In tedesco è “siehe Neapel und stirb” in italiano, appunto, vedi Napoli e poi muori”. 

La napolitudine 

Questo sentimento, insito nella frase “Vedi Napoli e poi Muori”, è stato celebrato in una moltitudine di opere. Registi, cantanti, poeti: più declinazioni dell’arte si sono prestate per indagare quest’inguaribile malinconia per la città di Napoli. È il caso, ad esempio, della nota “Munasterio ‘e Santa Chiara”, scritta da Michele Galdier e dal musicista Alberto Barberis. Brano iconico ripreso, tra gli altri, da Massimo Ranieri.

 «No… nun è overo!
No… nun ce crero.
E moro pe ‘sta smania ‘e turnà a Napule…»

Napoli si esprime, ancora una volta, come musa ispiratrice di un sentimento che è esplicitamente suo. Ancora più sentito, forse, in questi tempi in cui molti dei suoi figli partono per trovare lavoro in terre lontane. Ma quando ritornano per una visita, per le feste o per la semplice “smania e’ turnà”, sentono nell’aria e sulla pelle la risoluzione di quella malinconia. Rivedono Napoli, muoiono… e rinascono. 

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